IL FONDATORE

PADRE GIORGIO VISTO DA VICINO

INTERVISTA A PADRE GIORGIO ROUSSOS

 

 

 

 

 

 

Padre Giorgio Roussos intervistato dall’ins. Carla Rita Mastinu

 

Com’è stata la sua infanzia in Grecia?

La mia infanzia è stata molto dura e travagliata anche a causa della distruzione dovuta alla guerra. A 11 anni ho perso il padre  che si era ammalato e i medici non sapevano che cosa avesse. L’infanzia l’ho vissuta poco, infatti a 12 anni ho incominciato a lavorare facendo 100 mestieri: idraulico, falegname, elettricista, sarto. Ho iniziato come apprendista per 10 dracme alla settimana (equivalenti a due euro). Quando ero piccolo dovevo gestire il denaro e provvedere con quello che ricevevo ad acquistare scarpe, vestiti e materiale scolastico. Dovevo fare attenzione a ciò che era strettamente necessario. Le giacche una volta rovinate da una parte, si rivoltavano. I sandali li facevamo noi stessi usando i copertoni delle ruote. Durante l’estate andavo in campagna a pascolare le capre e le pecore. Al mattino gli animali bevevano, poi entravano nell’ovile; nel pomeriggio, verso le 15.00, le facevo uscire per bere e mangiare l’erba. Al tramonto rientravo a casa.

Qual è il suo ricordo più bello della Grecia?

Il ricordo più bello della Grecia è stato il gioco con i compagni. Quando si è giovani i problemi non si avvertono nella loro gravità, perché è l’età ancora spensierata.

Quando è venuto in Italia?

A 18 anni, nel settembre del 1963, sono venuto in Italia  per studiare grazie ad un frate che prima mi ha portato a Rodi un anno, poi ho raggiunto Assisi e  San Damiano dove ho frequentato le tre medie in un anno. Successivamente ho frequentato la quarta e la quinta ginnasio a Perugia ed i tre anni di liceo di nuovo a San Damiano. Ho fatto il noviziato a Farneto e gli studi di teologia a Foligno.

Che età aveva quando decise di fare il missionario?

Sono partito a 18 anni, perché desideravo studiare, ma non avevo ancora deciso di farmi sacerdote. Mentre studiavo teologia e preparavo la tesi “Il cammino di Dio attraverso la mente degli uomini”, è nata la vocazione che si è consolidata tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70. Su 32 studenti sono stato l’unico a fare la scelta del sacerdozio.

Come le è venuta l’idea di farlo?

Dopo la tesi è maturata in me l’idea di andare in terra di missione, in particolare in Nicaragua dove c’era già la presenza numerosa dei nostri frati francescani. Mi sentivo più portato al contatto con la gente, piuttosto che alla vita conventuale. Ognuno di noi ha i suoi carismi: io ho espresso questo desiderio  della missione ed i superiori mi hanno accontentato.

 Da piccolo aveva già il sogno di fare il missionario?

Da piccolo non pensavo di fare il missionario, ma mi piacevano le avventure ed ero curioso di conoscere nuove realtà. Lo studio della teologia della liberazione mi ha spinto a lavorare nella realtà del Nicaragua per cercare di aiutare le persone a prendere coscienza della loro situazione.

E’ faticoso fare il missionario?

Ci sono missionari che vivono in città  ed hanno la parrocchia. Invece i missionari che operano in montagna si trovano in  situazioni difficili, adattandosi alla povertà: bere acqua sporca, nutrirsi soltanto di fagioli e riso (che loro chiamano “gallo pinto”) e tortilla, il loro pane. Però c’è anche il pane normale in città. La vita è rischiosa anche per la presenza di animali pericolosi (i serpenti e gli scorpioni). Io cercavo di fare opera di formazione attraverso la confessione, i corsi di formazione e l’esempio, ma i cambiamenti sono lenti, sono necessari degli anni.

Può spiegarci che cosa significa per lei fare il missionario?

Fare il missionario significa andare in mezzo alla gente e annunciare il Vangelo, soprattutto dove non hanno mai visto il sacerdote. La paura era tanta, per questo la gente spesso aggrediva il missionario, perché c’era la dittatura ed aveva paura degli estranei. Io ho vissuto questa esperienza in prima persona; in genere gli uomini che uscivano dai villaggi conoscevano la figura del sacerdote, quindi non lo temevano; invece le donne ed i bambini si sentivano più indifesi ed avevano paura. Comunque ho trovato il modo di andare verso la gente ad annunciare il Vangelo che libera anche dalle schiavitù materiali  ed indica la strada non violenta per conquistare la propria dignità. Bisogna puntare sulla “liberazione totale dell’uomo”. Il Signore nel Vangelo di Matteo ci esorta dicendo “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”.

 I suoi genitori erano contenti che lei facesse il missionario?

I miei genitori non volevano che io partissi, ma ero maggiorenne e così ho potuto scegliere la mia strada. Mio padre era già morto, ma mia madre che poi mi ha visto sacerdote era molto contenta. Al ritorno dal Nicaragua sono rimasto con lei un anno, perché ero molto malato, avevo bisogno di cure e di un’alimentazione adeguata.

Come si è sentito quando per la prima volta ha visto delle persone povere?

L’incontro con le persone povere è stato molto forte. Io conoscevo la povertà, l’avevo conosciuta da bambino nel mio paese, ma quello che ho visto in terra di missione mi ha profondamente turbato e volevo cambiare quella situazione. Per fare un esempio, in casa mia avevamo il tavolo, le sedie, il letto; lì, in Nicaragua, si mangiava seduti per terra, si dormiva su letti di bastoni che lasciavano dei lividi in tutto il corpo.

Ha mai provato a mettersi nei panni di qualcuno? Il suo cuore batteva forte?

Mi sono messo a disposizione dei poveri e nei loro panni, aiutandoli  ad affrontare situazioni più grandi di loro. Per esempio, se i militari sapevano che in un villaggio c’era l’acqua, durante la notte andavano a recintare il terreno per intimorire la gente ed evitare che vi andasse. Io ho insegnato loro che potevano abbattere il recinto e riprendersi l’acqua che è necessaria alla vita. La comunità del villaggio si sentiva sostenuta e capiva che avrebbe potuto agire anche senza di me: non avrei potuto passare tutta la mia vita con loro. Per aiutarli ho rischiato spesso la mia vita, ma loro mi hanno capito e difeso.

Che cosa rappresenta per lei San Francesco?

San Francesco ha vissuto una vita che a me piaceva ed ho provato ad imitarlo; ho cercato di capire il suo pensiero e di tradurlo nel mondo di oggi. Lui predicava alle folle in piazza, non aveva limiti della legge. Oggi bisogna usare altri modi, evitando  di avere problemi. In Nicaragua entravo nei villaggi e nelle case per annunciare il Vangelo, qui non è possibile, perché la gente lavora e alla sera, soprattutto le donne, devono occuparsi della famiglia e della casa. Apprezzo lo stile di vita di San Francesco, stare con la gente, insegnare a vivere in pace e ad amare la natura, ma io devo evangelizzare in un mondo che cambia.